Press Release

In questa pagina trovi gli articoli che diverse testate hanno pubblicato su Reallyzation.

Dalla parte dello smart working: una testimonianza sul campo

Spremute Digitali

Secondo gli ultimi dati presentati dalle ricerche del Politecnico a Ottobre 2018, gli Smart Worker in Italia sono ormai 480mila, in crescita del 20% rispetto al 2017 e più soddisfatti dei lavoratori tradizionali, sia per come possono organizzare e svolgere la loro professione sia nelle relazioni con colleghi e superiori.

Nonostante questo, numerose critiche e resistenze vengono mosse a questa nuova tipologia di lavoro, soprattutto da PMI e Pubbliche Amministrazioni, che lamentano scarsa propensione al lavoro in team da parte di chi lavora da remoto e incapacità nel “sentirsi coinvolti nel processo di crescita aziendale”.

Ma qual è l’esperienza di chi ha già adottato una filosofia smart working oriented per la sua impresa? Quali sono i vantaggi? E quali sono state e sono tutt'oggi le difficoltà?

Per capire meglio benefici e problemi dello Smart Working, abbiamo realizzato un’intervista a chi ogni giorno ha a che fare con un approccio remote-working oriented, con 45 dipendenti attivi in 3 differenti paesi dell’UE.

Daniele Bacchi è infatti co-founder di Reallyzation.com, un’innovativa piattaforma italiana legata alla ricerca di personale ICT, che porta al centro il talento e non il luogo fisico dove viene fornita la prestazione.

Smart Working: l’esperienza di Reallyzation

Q. Ciao Daniele, grazie per l'intervista. Dimmi, perché avete scelto di lavorare in smart working?

 

A. Ciao Sara, grazie a voi. Se chiedi alla maggior parte delle persone quale sia il luogo dove lavorano meglio e con maggior concentrazione, raramente risponderanno l’ufficio. Qualcuno, forse, risponderebbe: “l’ufficio di mattina presto, quando non c’è nessuno”.

Qualsiasi lavoro, che sia creativo o di concentrazione, necessita di un luogo tranquillo dove non essere interrotti, e gli uffici quasi mai lo sono. Questa è la ragione per cui in Reallyzation.com siamo remote-working lovers.

Q. Se dovessi in poche parole riassumere i vantaggi…

A. È un’arma in più che abbiamo sul mercato, visto che lavoriamo su più città europee pur essendo una realtà di 45 persone: il nostro business se non organizzato così sarebbe molto rallentato e molto appesantito da continui viaggi aerei.

Abbiamo tre sedi e ci piace che siano belle e confortevoli, così chi vuole venire in ufficio può farlo e quando ci incontriamo qui ci sentiamo davvero a casa, non correndo il rischio di non sentirci a nostro agio.

Non abbiamo remotizzato tutto quindi: abbiamo remotizzato il necessario!

Q. Non avete mai incontrato difficoltà nello sposare questa filosofia ?

A. All'inizio abbiamo avuto qualche brutta esperienza con qualche dipendente, ma era responsabilità nostra, cioè eravamo noi che non avevamo ancora organizzato il lavoro come oggi e non dotavamo le persone degli opportuni strumenti tecnologici e organizzativi per supportare il lavoro da remoto.

Come in tutte le innovazioni, bisogna andare oltre alle difficoltà iniziali derivanti dalle vecchie abitudini.

Racconto un esempio concreto per capirlo: ogni Lunedì abbiamo diversi meeting in azienda. Alcuni vengono gestiti con una room telefonica, altri con Google Meet.

Ricordo con un sorriso che all'inizio le cose non andavano così bene: c’erano rumori di fondo che impedivano una corretta comunicazione, non eravamo organizzati in scalette di interventi o non c’era chi aveva il ruolo di dare la parola ai vari partecipanti. Tutti questi problemi sono normali in ogni meeting e molto accentuati in un meeting virtuale.

Q. E come li avete affrontati?

A. Non abbiamo mollato al primo inconveniente: ad esempio abbiamo capito che piccole accortezze possono far svoltare un meeting digitale e renderlo molto più produttivo di un meeting fisico. Alcune tra queste:

  1. Puntualità: se in un meeting fisico ritardare qualche minuto non è grave, in un meeting virtuale la puntualità diventa fondamentale.
  2. Training all'uso degli strumenti: bisogna che tutti, anche le figure junior, siano subito preparati a come si vive un meeting virtuale. Per esempio l’abilitazione del microfono solo quando si parla, l’utilizzo della condivisione dello schermo, l’utilizzo e l’abilitazione della webcam.
    Non devono servire delle “badanti digitali” per collegarci ad un Google Meet, ma ognuno deve sapere gestire gli strumenti in autonomia, così come saprebbe entrare in una stanza e sedersi.
  3. Luogo adeguato: all'ora stabilita per il meeting bisogna trovarsi in un luogo adeguato, senza pensare che siccome è un meeting virtuale si abbiano meno responsabilità. Se non ne ho la possibilità - penso alle figure sales che per natura lavorativa viaggiano molto) devo preoccuparmi di avvisare che ci sarò, ma sarò collegato, per esempio, dall'auto.

Già seguendo queste 3 semplici linee guida, posso testimoniare e essere prova vivente che il meeting virtuale supera l’efficienza del meeting fisico, si perde meno tempo e si è più focalizzati sul risultato.

Q. C’è una parte del lavoro che avete constatato essere migliore mantenendo la "fisicità"?

A. La formazione delle figure junior. Le nostre persone junior per i primi tempi vengono sempre in ufficio e sono aiutate da persone senior che vengono in ufficio almeno una volta a settimana.

Organizziamo il nostro business e il lavoro di ogni persona che fa parte del team di Reallyzation al raggiungimento dei risultati. I nostri manager non sono manager delle sedie.

Q. Quanto è importante la tecnologia per il successo del remote working?

A. Molte aziende, anche grandi e moderne, non utilizzano lo smart working semplicemente perché non possono, non hanno la struttura tecnologica adeguata. Adeguarla richiede un effort notevole, sia economico, sia di tempi di adattamento al cambiamento. Ma la tecnologia da sola non basta, bisogna anche saperla usare, usarla bene, e insegnare ad usarla bene.

La nostra azienda è basata su diversi software che consentono di lavorare e di produrre “avanzamenti” visibili sia ai clienti che ai team leader. Questi software forniscono dati che consentono di focalizzare l’attenzione di chiunque sull'operato e sulla responsabilità delle persone verso il proprio lavoro, e i risultati attesi e condivisi.

Senza la totale digitalizzazione dei nostri processi non sarebbe possibile il remote working come lo facciamo oggi.

Q. Cosa serve per compensare la distanza tra le persone?

A. Poniamo molta attenzione su questo tema perché non vogliamo che le persone si sentano isolate, ma parte di un gruppo, così come in ogni azienda sana. Sembra qualcosa di complicato, far sentire vicine tra loro persone molto distanti fisicamente, ma organizzando bene la cosa all'inizio poi non è difficile da mandare avanti e da trasmettere ai nuovi arrivati. Le soluzioni sono spesso semplici:

abbiamo un gruppo di Whatsapp - forniamo tutti di telefono aziendale - in cui ci sentiamo ogni giorno condividendo i piccoli successi quotidiani o i piccoli problemi;

organizziamo ogni trimestre un evento sempre diverso (una volta una cena, una volta una camminata in montagna), in cui dedichiamo parte del tempo al meeting sulla condivisione dei risultati e parte ad intrattenimenti vari. Per l’estate 2019 ad esempio faremo le cose in grande: portiamo tutti tre giorni in Sicilia, dove faremo una gita sull'Etna con le Jeep.

Insomma ci sentiamo più vicini noi rispetto a tante aziende tradizionali in cui i vicini di scrivania si parlano appena.

Grazie a Daniele Bacchi per aver raccontato la sua esperienza sul campo con lo smart working ed un grande in bocca al lupo per Reallyzation. Continuate su questa strada, è quella giusta da intraprendere e percorrere per il bene di aziende e dipendenti.

31 maggio 2019

Smart working sempre più di tendenza, ma attenzione a errori comuni e buone pratiche

Inside Marketing

Anche in Italia le pratiche legate all’alternative workplace sono realtà tangibile, ma quali sono gli errori comuni nello smart working?

Sono più di 480mila i lavoratori che dichiarano di svolgere attivamente la loro professione da remoto in Italia e i trend di crescita sono del 20%, invariati ormai dal 2016. Ci sono però errori comuni nello smart working che è bene evitare. Occorre, però, fare un passo indietro.

COS’È LO SMART WORKING E QUALI SONO I BENEFICI?

Non si tratta di una moda passeggera, poiché lo smart working è un aspetto del lavoro di oggi formalmente riconosciuto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

D’altronde, i benefici che esso produce sono difficilmente ignorabili: abbattimentodei costi di gestione degli spazi fisicirisparmio notevole di tempo negli spostamenti, nessuna spesa in benzina, autobus o trasporti pubblici e di conseguenza un forte impatto sociale e ambientale sulle nostre città.

A trainare questa rivoluzione sono per ora le grandi aziende del Nord-ovest del Paese (il 48% del totale dei lavoratori proviene da queste aree), con PMI e PA che al momento rimangono alla finestra. Questo e il preoccupante dato di genere (il 76% del totale degli smart worker è rappresentato da uomini) sono i problemi che per ora minano lo sviluppo dell’ecosistema remote working oriented in Italia.  

Certo, introdurre un progetto di smart working in azienda è tutt’altro che semplice: errori causati da inesperienzadisorganizzazione, digital divide tra le varie professionalità che formano l’impresa sono lì dietro l’angolo. Ecco perché una pratica guida può essere utile non solo per comprendere gli errori che più di frequente le aziende compiono quando adottano progetti di smart working, ma anche e soprattutto per avere consigli su come introdurre al meglio questo cambiamento in una qualsiasi realtà imprenditoriale.

ERRORI COMUNI NELLO SMART WORKING

L’esempio più comune dal quale partire può essere quello relativo al CEO di un’azienda che ha sentito parlare di smart working all’ultimo convegno a cui ha partecipato, ne ha valutato positivamente i vantaggi e ha deciso di incaricare il suo responsabile delle Risorse Umane di intraprendere un percorso che porti a implementare questo processo. Ecco il primo e più grave errore: lo smart working non può e non deve essere un obiettivo del solo responsabile HR, ma un progetto di cambiamento organizzativo ambizioso che impatta trasversalmente su più dimensioni (persone, tecnologie e spazi) e gestito, nonché condiviso, da più professionalità. Nessun direttore HR, per quanto capace e di alto profilo, ha la visione totale delle persone che compongono un’azienda.

Al secondo posto nella classifica degli errori più comuni nello smart working si trova sicuramente l’errata comunicazione del progetto al team che lo gestirà, interno ed esterno. Non bastano le sole email di posta per portare avanti un progetto: servono tecnica e tecnologia; è necessario conoscere le diverse possibilità offerte dallo scenario tecnologico per la gestione di team di lavoro e progetti condivisi. Per esempio, per facilitare tale passaggio, e cioè una corretta comunicazione, esistono sistemi come Facebook WorkPlace o Facebook Portal che, nello specifico, nasce come strumento di “avvicinamento” per persone fisicamente distanti. Dunque, rimanere aggiornati sulle evoluzioni tecnologiche risulta di primaria importanza.

QUALI DOMANDE PORSI PER AVVIARE UN PROGETTO DI SMART WORKING?

Oltre agli strumenti necessari di cui ci si dovrebbe dotare, ci sono alcune domande da porsi prima di affrontare realmente lo smart working: per esempio, “chi lavora da remoto ha una connessione Internet performante?“, “ha accesso a tutti i file e documenti in formato digitale?“, “può partecipare a una video conference call senza problemi con la qualità dell’audio?“, “i colleghi in azienda sono in grado di avviare una conference call senza l’intervento di un tecnico?“, “in ufficio ci sono aree specifiche per effettuare video call senza disturbare gli altri?“, “l’immagine e i valori aziendali possono essere sempre rispettati in tutti i loro principi anche durante lo smart working?“.

Una buona risposta a tutti questi quesiti potrebbe già dimezzare il rischio di fallire l’implementazione di un progetto di smart working o forse persuadere a non tentare se non si è convinti e preparati.

Il terzo degli errori comuni nello smart working è non procedere per step. È sbagliato, per esempio, decidere di svolgere qualche giorno di prova a casa, a settimana, e valutare “come va”. Dare fin da subito l’opportunità di lavorare al di fuori degli uffici (o addirittura da casa), soprattutto per aziende che prima di tale introduzione si basavano su un paradigma che controllava presenze e gestione del tempo, equivale a consegnarsi al fallimento. Prima di arrivare al lavoro da remoto bisogna accompagnare le persone a costruire relazioni basate sulla fiducia, a lavorare per obiettivi, ad apprendere (dai responsabili fino ai profili junior) come utilizzare al meglio le tecnologie digitali.

C’è, allora, qualche consiglio pratico per poter costruire nel più breve tempo possibile un buon progetto di smart working aziendale?

CONSIGLI DA ADOTTARE PER UN PROGETTO DI SMART WORKING VINCENTE

Come per molte cose, anche i consigli che si forniranno non hanno come obiettivo quello di essere assolutamente completi ed esaustivi, ma sono da valutare in maniera soggettiva a seconda della realtà in cui ci si trova a operare.

Innanzitutto, valori come dinamicità, flessibilità e socialità dovranno divenire i primi mantra aziendali. In queste tre parole in fondo è contenuta la vera essenza dello smart working: scadenze e procedure precise, comunicate perfettamente a tutti i collaboratori e con premi (sì, i tanto amati premi aziendali) per chi le rispetta al meglio. L’osmosi farà il resto, soprattutto se il team sarà ben strutturato e affiatato. È chiaro, però, che alla base di tutto debba esserci l’accettazione delle abitudini di chi lavora per te o con te: c’è chi ama svolgere la sua professione la mattina presto per avere qualche ora di svago in più nel tardo pomeriggio, chi invece preferisce per esempio dormire qualche ora in più o magari andare in palestra nelle prime ore della giornata.

La sincerità e l’organizzazione, poi, sono la chiave del gioco: molto più che nei normali uffici tradizionali, comunicare ai colleghi i propri impegni senza mentire sarà il modo più semplice per ottimizzare i lavori.

Come si ottiene però tutto questo senza conoscersi? I momenti di socialitàdiventeranno importantissimi. Costruire una relazione di fiducia con i propri colleghi è un principio fondamentale per rispettare dinamicità e flessibilità. In questo contesto entra in gioco la figura del (bravo) responsabile HR: bisognerà, infatti, promuovere momenti di condivisione, sia online che offline. Chat comuni su app di messaggistica, sconti di gruppo per palestra o ristoranti, team building e gadget non scontati: le idee sono tante, l’obiettivo uno solo, cioè creare un gruppo di lavoro feliceconcreto e soprattutto motivato.

Un’altra parola chiave dello smart working è ricerca. Non tutte le professioni e non tutte le persone sono ancora pronte per questo cambiamento, quindi bisogna impegnarsi per trovare le professionalità giuste. Probabilmente il settore marketing, quello dei programmatori e del team commerciale sono i più preparati per intraprendere questo passaggio, perché dotati, con ogni probabilità, della strumentazione adeguata, nonché di un’efficace organizzazione. Tali settori possono contare su strumenti, messi a disposizione dalle aziende (per esempio in versione business), che riescono a supportare le loro attività. Un esempio può essere rappresentato dalle tecnologie open drive (Google, Dropbox, ecc.) o da siti di liberi professionisti e gruppi di freelancer sui social. Tra questi Reallyzation.com e Meetup.com.

Il primo è una piattaforma italiana dove le aziende possono sfogliare i candidati ICT inseriti in ricerca attiva di un nuovo lavoro e – similmente a Tinder – trovare un “match” tra candidato e azienda – spesso individuando in anticipo possibilità di remote working; Meetup.com, invece, rappresenta un passo ancora più concettualmente ardito per i recruiter e per le organizzazioni lavorative: permette di trovare e avvicinare persone con passioni simili in una circoscritta area geografica. Approfondiremo, comunque, gli strumenti per il lavoro 2.0 in un prossimo articolo. 

Insomma, il futuro del lavoro si fa sempre più smart: non rimane che sperimentare, facendo propri questi consigli.

 

 

25 maggio 2019

Professioni ICT, traino di innovazione e sviluppo nel mondo del lavoro

WebProfit

Gli oggetti legati all’informatica sono entrati nella quotidianità in maniera pervasiva: tra smartphone, tablet e computer sempre più prestanti e veloci, quasi ci si dimentica che i software che usiamo, i siti che guardiamo e utilizziamo, le app che semplificano la nostra vita sono prima progettati da una precisa categoria di professionisti: quelli detti, in generale, i “professionisti ICT”.

po nel mondo del lavoro

Gli oggetti legati all’informatica sono entrati nella quotidianità in maniera pervasiva: tra smartphone, tablet e computer sempre più prestanti e veloci, quasi ci si dimentica che i software che usiamo, i siti che guardiamo e utilizziamo, le app che semplificano la nostra vita sono prima progettati da una precisa categoria di professionisti: quelli detti, in generale, i “professionisti ICT”.

Al momento attuale, i lavori del settore ICT sembrano quelli maggiormente in grado di offrire garanzia di un lavoro facile da trovare e ben remunerato:

l’Osservatorio della competenze digitali, che viene condotto dalle maggiori associazioni italiane specializzate nel campo dell’informatica, ha stimato a fine 2018 che nei prossimi tre anni, in Italia, saranno necessari circa 88.000 posti di lavoro per professionisti nel campo delle tecnologie informatiche e di comunicazione. Ulteriore dato interessante è stata la stima, sempre da parte dell’Osservatorio, che proprio di queste figure professionali ne sarebbero mancate 12.000 già nel 2019.

Le motivazioni di questo gap tra domanda e offerta sono molteplici: probabilmente ha una forte incidenza il sistema di istruzione, che fatica a rimanere al passo con un mondo del lavoro sempre più in evoluzione; le giovani generazioni vengono così introdotte in modo superficiale o nullo nel mondo di queste nuove professioni.

D’altro canto, però, essendo così legati all’innovazione tecnologica, i lavori concernenti la tecnologia dell’informatica e della comunicazione sono spesso completamente “nuovi”, e nascono da esigenze che si vengono a creare empiricamente piuttosto che da schemi a priori. Possono dunque apparire di difficile comprensione a chi non è dell’ambiente.

Ma, andando nel concreto: quali sono le professioni ICT più richieste, e quali competenze deve possedere chi desidera cercare lavoro in questo ambito?

Quali sono le professioni ICT più richieste, che competenze devono avere e quanto guadagnano?

Il 49% degli annunci di lavoro nel settore ICT riguarda gli sviluppatori, che dunque si aggiudicano il primato di professionisti più ricercati.

Seguono, in percentuale, gli ICT Consultant, con un 17%. Sono in crescita le domande per Cyber Security Officer, Big Data Specialist e Service Development Manager.

In particolare, le skills richieste sono la capacità di sviluppare software per iOS o Android, o di programmare in C#, Java e Python.

Allargando lo sguardo dall’Italia al mondo, in Svizzera e Stati Uniti queste competenze sono decisive per trovare lavoro in poco tempo, e con un’ottima retribuzione media: dai 110.000 dollari all’anno.

In Italia, se le cifre non arrivano a tetti così alti, è stata comunque intravista una progressiva crescita degli stipendi: nel 2017 si è potuto notare un aumento del 4,3% per le figure quadro di aziende specializzate in informatica ed elettronica, del 6% per i dirigenti. La regione in cui si è assistito all’aumento di richiesta più alto è la Lombardia, la cui domanda di professionisti di questo settore rappresenta il 48% di quella di tutta la penisola.

Smart working e lavoro ICT: alcune buone pratiche

Non solo agiatezza economica: per i professionisti dell’informatica sembra molto più concreta che per altre professioni la possibilità dello smart working.

Che cos’è lo smart working? Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano è una nuova filosofia manageriale che ha come obiettivo la restituzione alle persone di autonomia e flessibilità nella gestione di spazi, orari e strumenti di lavoro; ciò è possibile puntando, d’altro canto, alla responsabilizzazione sull’ottenimento dei risultati.

In parole povere, uno smartworker può lavorare da remoto, in casa propria o dove preferisce, senza dover uscire di casa per raggiungere l’ufficio obbligatoriamente. Per i pendolari, che in questo modo possono risparmiarsi ore di viaggio sui mezzi o affrontando il traffico con la propria automobile, e per chi non riesce a concentrarsi bene in ufficio, è sicuramente la soluzione migliore.

In Italia questa pratica è ancora poco diffusa, in particolare nelle PA e nelle Piccole Medie Imprese; secondo un’inchiesta svolta dal Corriere della Sera, di fronte a una percentuale del 70% di professioni che potrebbero essere svolte da remoto, solo il 7% della forza lavoro italiana ha avuto modo di sperimentarlo. La zona dove è più fortemente radicata questa pratica è il nordovest, con il 48% degli smartworker.

Tuttavia, anche se può all’apparenza sembrare semplice, questa modalità di lavoro non lo è affatto da mettere in pratica, perché richiede doti organizzative non comuni e soprattutto una corretta formazione nell’uso della tecnologia. Ecco perché, d’altro canto, i professionisti dell’Information Technology appaiono come i migliori candidati ad utilizzarla.

Vediamo assieme alcuni esempi di aziende che praticano lo smart working efficacemente:

  •  Ferrero: i lavoratori da remoto hanno risparmiato in tutto 5000 ore di viaggio su 12.000 ore lavorate. Sono stati evidenziati miglioramenti nell’organizzazione del tempo, nell’autonomia e nel rispetto delle scadenze. La qualità del lavoro non è cambiata fra quello svolto in ufficio o a casa.
  • Axa: in questa azienda sono state eliminate le postazioni fisse, privilegiando la costituzione di diversi ambienti dedicati per diversi obiettivi: collaborazione, concentrazione, innovazione, creatività.
  • Generali: è stata riscontrata maggiore produttività e soddisfazione, oltre ad un’aumentata capacità di gestirsi autonomamente. È aumentata inoltre la fiducia verso l’azienda, perché ad ogni lavoratore da remoto è stato fornito un pacchetto tecnologico, un “ufficio mobile”, composto da telefono, pc e software ad hoc per l’accesso al gestionale dell’azienda.
  • Tim: nel primo semestre del 2016-2017 è stato calcolato che grazie allo smart working sono state risparmiate all’ambiente 1.400 tonnellate di CO2.
  • Reallyzationsi tratta di una piattaforma innovativa rivolta al recruiting di personale ICT portando il focus sul talento e non sulla posizione geografica. Nata in Italia, pratica una modalità di smart working talmente “integrale” da avere 45 dipendenti sparsi in ben 3 paesi dell’UE. Grazie al lavoro da remoto, il business non viene appesantito da continui viaggi. Tuttavia, il percorso di avvicinamento a un’organizzazione così snella non è stato semplice: l’azienda ha dovuto lavorare su puntualità, spazi, comunicazione e uso della tecnologia da parte di dipendenti e dirigenti per raggiungere un altissimo livello di efficienza. Inoltre, si è cercato di progettare il tutto senza dimenticare l’importanza del contatto fisico, comunque necessario ad una squadra affiatata che si rispetti. Per questo l’azienda è molto impegnata nel team building e nel curare aspetto e conformazione delle 3 sedi, che devono risultare accoglienti in ogni momento nel caso in cui un lavoratore senta il bisogno di lavorarci. Un occhio particolare è inoltre dato al personale junior: durante i primi tempi, i nuovi assunti sono “obbligati” a presentarsi in sede, affinché possano essere seguiti meglio dai senior.

 

24 maggio 2019

Recruiting non convenzionale: perché la ricerca di talenti sta diventando come il marketing

This marketers life

Quanto tempo impiega oggi un’azienda a ricercare, attrarre e assumere un profilo
specializzato? E come può riuscire a prolungare la sua esperienza per anni, ora che i social media e tantissimi altri canali digital mettono in contatto professionisti e imprese come mai prima?

Nonostante la crisi economica, la guerra dei talenti, specialmente nei settori come Tech, Finanza e Farmaceutica, non si è mai fermata. Il mercato del lavoro è anzi in costante evoluzione e il focus si è spostato sempre più sulla ricerca, proponendo nuove strategie di recruiting, innovative e non convenzionali. Al punto che oggi non è sbagliato parlare di recruiting marketing: un intricato sistema di promozione, utilizzo di strumenti digitali, tattiche e benefit al quale le HR aziendali non possono sottrarsi, per attirare collaboratori brillanti e per poi riuscire a mantenerli nel corso degli anni.

 

Digital Recruiting: che cos’è cambiato?

Partiamo da un dato di fatto: molti professionisti qualificati stanno diventando sempre più esigenti in merito alla cultura e la reputazione delle aziende nelle quali poi prestano i propri servizi. Quello a cui stiamo assistendo è un passaggio, lento ma costante, dal potere attrattivo delle aziende a quello dei candidati, in modo molto similare alla rivoluzione che solo 10 anni fa ha spostato il focus dal prodotto al consumatore.

Se ci pensiamo, non è sbagliato arrivare a dire che per molti candidati la ricerca di un lavoro equivale a quella di fare un acquisto importante. Il processo di ricerca informazioni non è più infatti svolto solo nel flusso unidirezionale che dall’azienda conduce al candidato, ma anche nel senso opposto. Troviamo così da un lato i recruiter, che verificano online il profilo e le competenze dei candidati, e dall’altra i candidati che, dopo aver inviato il curriculum, navigano in cerca di informazioni sull’azienda e sul recruiter stesso: una dinamica proattiva, in cui domanda e offerta si impegnano per raffinare la propria ricerca e il proprio personal branding.

Per capirlo, basta fare una breve lista delle azioni che un qualunque candidato potrebbe fare prima di inviare una candidatura:

  • visitare il sito web, per comprendere meglio i valori, i prodotti e le strategie aziendali;
  • diventare fan della pagina Facebook, del profilo Instagram, Twitter, LinkedIn, ecc. ecc.;
  • controllare su LinkedIn le possibili connessioni con i dipendenti dell’impresa e, nel caso, intraprendere una conversazione con loro;
  • utilizzare strumenti come Glassdoor.com per leggere le esperienze dei dipendenti che fanno parte di un determinato team lavorativo e capire in anticipo in quale luogo di lavoro si sta per entrare;
  • cercare su Google maggiori informazioni e articoli sulle novità che riguardano una determinata azienda.

Quello che emerge è un completo ribaltamento di prospettiva: questi professionisti hanno molte opzioni e sceglieranno l’azienda giusta basandosi su tutta una serie di valutazioni. Ecco perché la ricerca di talenti sta diventando come il marketing: i candidati diventano i potenziali clienti ai quali si vuole vendere un prodotto (un lavoro nella propria azienda, che ha un proprio employer branding). Per questo non si può più fare a meno di introdurre il marketing nella propria strategia di recruiting.

 

Storie Famose di Digital Recruiting

Il Recruiting Marketing è in realtà una logica che le grandi imprese hanno incorporato già da alcuni anni: per capirlo, basterà ricordare qualche famoso esempio di “recruiting non convenzionale” balzato agli onori della cronaca.

Chi ad esempio non ricorda la storia di Max Rossett? Grazie a una ricerca su Google per un progetto informatico che stava portando avanti per la sua seconda laurea, Rossett incappò in una pagina con sfondo nero, che lo invitava ad accettare alcune sfide riguardanti il codice di programmazione Python. Sfide che hanno portato l’ingegnere, dopo solo 48 ore, a inoltrare il proprio cv niente di meno che a Google. E, novanta giorni dopo, Rossett è stato assunto.

Altro caso divertente e da ricordare è il programma “The Candidate”, lanciato da Heineken nel 2013 per trovare il giusto profilo per il ruolo di Event & Sponsorship Manager. Un colloquio speciale che prevedeva sfide di personalità, come essere presi per mano dal selezionatore, risolvere una situazione di crisi e partecipare al salvataggio di un uomo. Ciliegina sulla torta: fu la community del brand a votare il candidato ideale tra i tre migliori colloqui finalisti.

E se il recruiting innovativo viene realizzato da Heineken e Google, chi può dirsi veramente esente da questo cambio di paradigma?

 

Digital Recruiting: anche strumenti e servizi cambiano

A cambiare poi sono anche gli strumenti che le aziende oggi devono e possono mettere in campo per attirare i giusti talenti. I servizi di Recruiting 2.0 ripropongono ancora una volta il cambio di paradigma rispetto a quello che una volta era il normale colloquio passivo tra selezionatore e candidato. Abbiamo già accennato a Glassdoor, ad esempio, piattaforma che permette ai dipendenti di inserire anonimamente recensioni e commenti riguardanti il proprio posto di lavoro, gli stipendi e i benefit offerti. Glassdoor, oltre a configurarsi come un imparziale Tripadvisor aziendale, consente alle imprese che lo utilizzano di pubblicare annunci di ricerca personale e contiene sezioni distinte dedicate sia ai lavoratori che ai datori di lavoro.

Da notare è poi la tendenza delle piattaforme di recruiting a verticalizzare il proprio servizio su un determinato settore. Un caso di sicuro interesse è quello di Reallyzation, una piattaforma italiana studiata per i professionisti ICT in ricerca attiva di lavoro. Le aziende possono sfogliare i candidati e manifestare il proprio interesse, filtrandoli per zona geografica e competenze tecniche e avendo sempre a disposizione per ogni profilo un report tecnico redatto da un manager specialista della stessa area funzionale. Ma prima di poter contattare il candidato per un colloquio, sarò lo stesso professionista a dover manifestare interesse per l’azienda. Un sistema che ricorda da vicino quello dei match dei più famosi siti di incontri, applicato con efficacia al recruiting (una specie di Tinder del mondo del lavoro ICT?).

Un altro buon esempio, sicuramente meno verticale di Reallyzation, è quello di Just Knock, giovane realtà che elimina lo strumento dei curriculum come base di selezione: l’impresa sceglie il candidato attraverso le idee e i progetti che lo stesso sa proporgli. Anche su questa piattaforma, così come nel caso riportato sopra, non è più il bagaglio di competenze a contare, ma la creatività e l’effettivo talento del candidato.

Concludiamo questa carrellata di nuovi siti e servizi che stanno rivoluzionando il mondo della ricerca di personale presentandovi Meritocracy: questo sito offre la possibilità ai candidati di incontrare virtualmente le aziende, attraverso un tour digitale all’interno degli spazi di lavoro.


Sono quindi (ancora una volta) le stesse aziende a dover presentare la propria realtà al meglio, per svolgere un’efficace azione di attraction per i profili più specializzati.

20 maggio 2019

3 cose da sapere se sei un programmatore ICT

WizBlog Logo

“Mamma, papà: voglio fare il programmatore informatico”.  Questa è la frase che ogni genitore dovrebbe auspicare di sentir pronunciare dal proprio figlio oggi. Le aziende europee e americane si contendono, infatti, programmatori e developer: la domanda nel settore continua a registrare trend di crescita superiori all’offerta. E i salari sono sempre più alti.

 

Per aiutarvi a capire l’entità del fenomeno, vi proponiamo subito una grafica esemplificativa.

Come avrete già intuito, questi sono gli stipendi medi che le aziende occidentali forniscono agli ingegneriICT: numeri che continuano a crescere, visto che il fabbisogno di questo tipo di figure professionali conduce ormai da 5 anni le classifiche di richiesta. Sistemisti, programmatori, data scientist: l’ICT è l’unico settore a non aver mai subito segni di flessione, nonostante la crisi.

E questa è solo la prima di alcune splendide notizie che ogni programmatore e esperto di informatica oggi dovrebbe conoscere.   

1. Quali sono le skills richiesta a un programmatore?  

Sviluppatori di software per Android o IOS, programmatori in Python, Java e C#.  Confrontando i dati tra i due paesi dove il salario per ingegneri digitali è più alto (USA e Svizzera) emerge come saper progettare applicazioni per smartphone o programmare in uno dei 3 linguaggi più utilizzati al mondo siano skills decisive per l’impiego. Negli Stati Uniti (ad esempio) avere questo tipo di competenze in curriculum equivale a percepire una retribuzione media superiore ai 110 mila dollari annuali.

Nonostante il confronto con tante realtà europee faccia impallidire, il settore ICT si sta trasformando e continua a crescere anche in Italia. Big Data Analyst e Mobile Developer risultano essere le posizioni più richieste e pagate mentre al contrario, Help Desk Specialist, developer specializzati in tecnologie ormai superate – come ad esempio Cobol, AS400 e Mainframe – e webmaster risultano difficilmente collocabili.

 

La Hays Salary Guide elabora da alcuni anni un importante focus su questo settore nel belpaese, fornendo dati sugli stipendi medi per professione, esperienza e città. I centri che garantiscono le retribuzioni migliori rimangono Milano e Roma, seguiti da Torino e Bologna.     

2. Lavorare da casa: gli ingegneri ICT amano lo Smart Working

Chi non vorrebbe evitare ore di traffico e mezzi pubblici, treni e metropolitane, potendo dormire qualche ora in più? Un’altra bella notizia  se siete programmatori informatici è la praticità data dal poter svolgere la vostra professione direttamente da casa. Nel mercato del lavoro attuale si definisce questa particolare tipologia di professionisti come Smart Worker: in Italia sono ormai 480mila, in crescita del 20% rispetto al 2017 e più soddisfatti dei lavoratori tradizionali, sia per come possono organizzare e svolgere la loro professione sia nelle relazioni con colleghi e superiori.  

 

A trainare questa rivoluzione sono per ora le grandi aziende del nord-ovest del paese (il 48% del totale degli Smart Worker proviene da queste aree), con PMI e PA che per ora rimangono più restie ad attuare questi innovativi processi di lavoro.

A livello europeo lo Smart Working è ampiamente praticato: sebbene con nomi, accezioni e impianti normativi diversi, politiche di flessibilità nell’organizzazione del lavoro si stanno diffondendo in tutta Europa. Lo stesso Parlamento Europeo, grazie alla risoluzione del 13 settembre 2016, ha in pratica definito i principi del “ lavoro agile”. Il documento mette in evidenza i benefici sociali affermando l’importanza dell’equilibrio tra lavoro e vita privata per sostenere il rilancio demografico, preservare i sistemi di sicurezza sociale e promuovere il benessere e lo sviluppo delle persone e della società nel suo insieme.

3. Nuovi siti e servizi per trovare le migliori offerte di lavoro

Con una tale richiesta di ingegneri ICT ed un sistema scolastico che per ora non riesce a fornire abbastanza profili per soddisfare la domanda, assume un’importanza centrale per molte aziende italiane e europee intercettare ingegneri e programmatori sui giusti canali di selezione.

Anche in questo campo, finalmente, stanno nascendo una serie di nuovi servizi di Recruiting 2.0, come ad esempio quello fornito da Reallyzation, in grado di semplificare il processo di selezione e mettere al centro il talento dei candidati. Su Reallyzation.com ad esempio le aziende possono sfogliare i candidati ICT inseriti in ricerca attiva di un nuovo lavoro, filtrandoli per zona geografica e competenze tecniche e avendo sempre a disposizione per ogni candidato un report tecnico redatto da un manager specialista della stessa area funzionale.

Un altro buon esempio in tal senso può essere quello di Just Knock, giovane realtà che ha introdotto il concetto del talento al posto del background professionale. Ci si propone all’azienda che ci interessa non inviando il cv , ma un’idea o un progetto online. E anche su questa piattaforma, così come nel caso riportato sopra, non è più il bagaglio di competenze a contare, ma la creatività e l’effettivo talento del candidato.

Concludiamo questa carrellata di nuovi siti e servizi ideali per facilitare la ricerca di impiego (per ingegneri ICT e non solo) presentandovi Meritocracy: rispetto ai due precedenti esempi, questo sito offre la possibilità ai candidati di incontrare virtualmente le aziende, attraverso un tour digitale all’interno dei loro spazi di lavoro. Sono quindi le stesse aziende a dover presentare la propria realtà al meglio, per svolgere un’efficace azione di attraction per i profili più specializzati. Una rivoluzione difficilmente immaginabile, solo pochi anni fa.

13 maggio 2019

La strada che conduce allo Smart Working

Innovation-Nation

Che cos’ è lo Smart Working? L’Osservatorio del Politecnico di Milano lo definisce “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

Secondo gli ultimi dati, forniti sempre dalle ricerche del Politecnico (presentate a ottobre 2018),  gli Smart Worker in Italia sono ormai 480mila, in crescita del 20% rispetto al 2017 e più soddisfatti dei lavoratori tradizionali, sia per come possono organizzare e svolgere la loro professione sia nelle relazioni con colleghi e superiori.

Un’approfondita inchiesta svolta dal Corriere della Sera, a maggio 2018, riportava come solo il 7% della forza lavorativa italiana avesse già sperimentato pratiche di “lavoro da casa o da remoto”,  a fronte di un 70% di impieghi attuali che potrebbero comodamente adattarsi a questa innovativa forma di lavoro.

Nonostante lo smart working si stia facendo largo come nuova modalità lavorativa, permangono a livello culturale tre grandi problemi alla sua diffusione nel belpaese. In particolare:

✔ Mentre per  le grandi aziende lo Smart Working non è una novità, le PMI sono restie e disinteressate ad adottare progetti che prevedano il lavoro da casa o da remoto. Per quanto riguarda la PA, otto amministrazioni su dieci sono ancora ferme: il 36% non ha attivato alcun progetto anche se è probabile un avvio in futuro, per il 38% la prospettiva è incerta, e il 6% non è interessato.

✔ Gli smart worker sono per lo più lavoratori maschi (il 76% del totale), appartenenti alla Generazione X (il 50% ha fra i 38 e i 58 anni di età). La parte femminile, forse proprio per la difficoltà nel fare carriera nel settore ICT, rimane quasi completamente esclusa da questa logica lavorativa.

✔ Quasi tutti gli Smart Worker risiedono nel Nord-Ovest del Paese (il 48% del totale).

La legge 81/17  ha cercato di creare agevolazioni allo Smart Working, portando effetti più evidenti nel settore pubblico che nel privato. Nella PA, ben il 60% degli enti con progetti di lavoro agile ha trovato stimolo nella legge e solo il 40% l’aveva previsto prima.

Benefici e problemi dello Smart Working

Dopo aver tracciato i confini del ecosistema legato allo Smart Working italiano, cerchiamo di elencare brevemente i maggiori vantaggi e i più grandi problemiche ricerche e esperienze condotte hanno evidenziato.

Per quanto riguarda i benefici, lo Smart Working:

  1. permette all’imprenditore una riduzione dei costi di gestione dello spazio fisico, ossia in riscaldamento, luce, affitto (un risparmio pari al 20/30%);
  2. riduce il  tasso di assenteismo a lavoro del 50/70%;
  3. permette a un lavoratore un risparmio notevole di tempo negli spostamenti, con un vantaggio considerevole anche dal punto di vista economico (non ci sono spese in benzina, autobus o trasporti pubblici);
  4. ha un forte impatto sociale e ambientale: in primis, meno spostamenti si traducono in un minore inquinamento che porta benefici a tutta la comunità. Inoltre, con meno lavoratori che devono spostarsi, si crea un circolo virtuoso in cui, anche coloro che devono muoversi per necessità, beneficeranno indirettamente di queste soluzioni.

Gli svantaggi (o problemi) che vengono invece comunemente associati allo Smart Working sono:

  • l’esclusione dalla cultura aziendale: lavorare da remoto limita fortemente i rapporti umani e la crescita, sia di carriera che del gruppo;
  • non tutti i lavoratori da casa sono più produttivi che in ufficio. Su questo punto le ricerche non riescono a stabilire una verità assoluta: così come alcune persone da remoto prendono meno sul serio i loro compiti, altri tendono ad avere problemi di concentrazione negli uffici rumorosi, al contrario di chi lavora da casa o in un ambiente tranquillo.
  • reperibilità e incapacità di distinguere tra lavoro e vita privata. Uno smart worker non avendo orari fissi di entrata e di uscita rischia di andare oltre le solite ore lavorative, di pranzare davanti al pc e attuare altri comportamenti socialmente lesivi. L’altra faccia della medaglia è che molti capi/clienti pensano che dover lavorare da remoto significhi essere operativi a tutte le ore del giorno, creando dunque una sorta di disagio nel soggetto, che a tutte le ore si sente braccato. 

Smart Working a 360°: un confronto tra datori di lavoro e dipendenti

Per capire meglio benefici e problemi dello Smart Working, abbiamo realizzato un’intervista tripla a chi ogni giorno ha a che fare con un approccio remote-working oriented, con 45 dipendenti attivi in 3 differenti paesi dell’UE. Reallyzation.com è infatti un’innovativa piattaforma italiana legata alla ricerca di personale ICT, che porta al centro il talento e non il luogo fisico dove viene fornita la prestazione.

Le risposte che leggerete appartengono al CEO e Founder dell’azienda, Daniele Bacchi, a Giovanna Grande, mamma e sales manager,  e a Federico Panettieri, team leader.

Perché avete scelto di lavorare in Smart Working?

Daniele Bacchi: Se chiedi alla maggior parte delle persone quale sia il luogo dove lavorano meglio e con maggior concentrazione, raramente risponderanno l’ufficio. Oppure risponderanno “l’ufficio di mattina presto quando non c’è nessuno”. Qualsiasi lavoro, che sia creativo o di concentrazione, necessita di un luogo tranquillo dove non essere interrotti, e gli uffici quasi mai lo sono. Questa è la ragione per cui sono, e Reallyzation è, remote-working lovers. È un’arma in più che abbiamo sul mercato.  Lavoriamo su più città europee pur essendo una realtà di 45 persone: il nostro business sarebbe molto rallentato e molto appesantito da continui viaggi aerei.

Abbiamo tre sedi e ci piace che siano belle e confortevoli, così chi vuole venire in ufficio può farlo e quando ci incontriamo qui ci sentiamo davvero a casa, e non corriamo il rischio che le persone non si sentano a proprio agio anche se vengono qui una sola volta a settimana. Non abbiamo remotizzato tutto, per esempio la formazione delle persone junior appena entrate viene seguita in gran parte di persona.

Giovanna Grande: Lavoro in smartworking da tanti anni e non avrei potuto fare questo lavoro in altro modo. Se ti piace il tuo lavoro non c’è bisogno di essere dentro l’ufficio per dedicarsi tante ore al giorno, anzi! L’efficacia da casa è molta di più perché lavori più ore senza sentirne il peso.

Federico Panettieri: È da quasi 5 anni che lavoro in Smart Working e per me è stata una liberazione perché abito in campagna e prima facevo il pendolare da Milano, quindi sprecavo tre ore di ogni mia giornata lavorativa in viaggio. Proprio per questo lo smartworking è il più grosso benefit che posso desiderare, anche al di là dello stipendio.

Sposare questa cultura e comprenderla: è tutto così semplice?

Daniele: All’inizio abbiamo avuto qualche brutta esperienza con qualche dipendente, ma era responsabilità nostra, cioè eravamo noi che non avevamo ancora organizzato il lavoro come oggi e non dotavamo le persone degli opportuni strumenti tecnologici e organizzativi per supportare il lavoro da remoto. Come in tutte le innovazioni, bisogna andare oltre alle difficoltà iniziali derivanti dalle vecchie abitudini.

Un esempio concreto: ogni lunedì abbiamo diversi meeting in azienda. Alcuni vengono gestiti con una room telefonica (usiamo Zoom), altri con Google Meet. Ricordo con un sorriso che all’inizio le cose non andavano così bene: c’erano rumori di fondo che impedivano una corretta comunicazione, non eravamo organizzati in scalette di interventi o non c’era chi aveva il ruolo di dare la parola ai vari partecipanti. Tutti questi problemi sono normali in ogni meeting e molto accentuati in un meeting virtuale. Per quanto abbiamo sperimentato, non bisogna mollare al primo inconveniente: puntualità, training all’uso di strumenti, scelta di luoghi adeguati ci hanno permesso di migliorare (e non di poco) l’efficienza del meeting virtuale, fino a superare l’efficienza del meeting fisico. In generale, si perde meno tempo.

Giovanna: La mia vita personale è cambiata molto negli anni e il mio lavoro ha saputo seguirmi adattandosi e rendendomi possibile dare sempre l’impegno massimo, senza togliere nulla né alla famiglia né al lavoro. Infatti prima che nascessero le mie figlie avevo una vita molto diversa rispetto a quando loro erano piccole e, ancora, rispetto ad adesso che sono adolescenti. Come tutte le mamme mi sono sempre dovuta riorganizzare, e ho la fortuna di non aver dovuto per questo togliere spazio al mio lavoro. Oggi ho un equilibrio che mescola vita e lavoro senza separazioni nette tra le due cose. Questa separazione è necessaria solo per chi fa un lavoro che non ama e quindi ha bisogno di spazi e momenti dedicati soltanto alla propria vita personale, in cui il lavoro resta fuori. Se non fai un lavoro che ti piace davvero lo smart working non è possibile.

Federico: Per me lo è stato, in maniera molto naturale. Da casa mi comporto esattamente come se dovessi andare in ufficio, mi alzo presto, mi vesto (ok non mi metto giacca e cravatta!), in casa mi sono creato uno spazio dedicato solo al lavoro, credo si debba evitare il divano o atteggiamenti simili perché non aiutano a sviluppare la forma mentis corretta per lo smartworking. 

Qual è stata la maggior difficoltà incontrata?

Daniele: Anche se non parlerei di difficoltà, sicuramente l’inserimento di  profili junior deve essere fatto con attenzione. Per questo, nei primi mesi, vengono sempre in ufficio e sono aiutati da profili senior che si recano in azienda per formarli almeno una volta a settimana. Bisogna organizzare il proprio business e il lavoro di ogni persona orientando tutto al monitoraggio dei risultati. I nostri manager non sono manager delle sedie, ma dei risultati. 

Giovanna: La formazione delle figure junior è forse il tema più dolente perché è faticoso formare una persona a distanza, ma è una criticità che credo sia insita nel ruolo di un sales. Per il resto, ci vuole grande impegno da parte nostra per tenere in piedi questo equilibrio, dobbiamo essere bravi a tenere i rapporti tra noi: telefonarci, usare le chat di gruppo, chiederci aiuto l’un l’altro, ecc.Tutto è molto importante.

Federico: Direi nessuno. Anche la formazione dei profili junior l’abbiamo strutturata con un metodo di lavoro per cui si gestisce bene a distanza, per esempio ci accordiamo perché io possa partecipare in modalità muto alle prime call dei junior, così da lasciarli fare in autonomia ma potendo poi dare loro feedback. Abbiamo più autonomia e siamo valutati per quello che conta, i risultati.

Quanto è importante la tecnologia per il successo del remote working?

Daniele: Molte aziende, anche grandi e moderne, non usano lo smart working semplicemente perché non possono, non hanno la struttura tecnologica adeguata. E adeguarla richiede un effort notevole, sia economico sia di tempi di adattamento al cambiamento. Senza la totale digitalizzazione dei nostri processi non sarebbe possibile il remote working come lo facciamo oggi.

Federico: La tecnologia ci aiuta molto. Le persone del mio team si trovano a Bologna e con loro utilizziamo gli strumenti informatici necessari perché io veda l’avanzamento del loro lavoro circa ogni 2 giorni.

Cosa serve per compensare la distanza tra le persone?

Daniele: Poniamo molta attenzione a questo tema perché non vogliamo che le persone si sentano isolate ma parte di un gruppo, così come in ogni azienda sana. Sembra qualcosa di complicato, far sentire vicine tra loro persone molto distanti fisicamente, ma organizzando bene la cosa all’inizio poi non è difficile da mandare avanti e da trasmettere ai nuovi arrivati. Le soluzioni sono spesso semplici: abbiamo un gruppo di Whatsapp (abbiamo tutti il telefono aziendale) in cui siamo inseriti tutti e ci sentiamo ogni giorno condividendo i piccoli successi quotidiani o i piccoli problemi. Questo trimestre poi faremo le cose in grande: portiamo tutti i dipendenti tre giorni in Sicilia in un resort. Durante il soggiorno faremo una gita sull’Etna con le Jeep.

Giovanna: Non mi sento isolata dall’azienda anche se certamente alcuni pezzi della vita quotidiana dell’ufficio me li perdo, ma questo avviene per ogni commerciale sul territorio, indipendente dallo smart working.  Una volta a settimana passo un giorno intero in ufficio apposta per recuperare e sentirmi parte dell’azienda. Molto importante è anche la call settimanale con i miei colleghi d’area.

Federico: Sento telefonicamente quasi tutti i giorni i miei colleghi. Una volta a settimana ci incontriamo in ufficio perché il contatto fisico rimane fondamentale, sia per il lavoro in team sia per vivere comunque l’azienda e le sue dinamiche.

15 aprile 2019

Donne e lavoro ICT: l’innovazione lascia indietro le donne

Micropedia

L’economia digitale e il settore delle app in Europa sono in piena espansione, ma sempre più ricerche mostrano una preoccupante tendenza: la mancanza di sviluppatrici e professioniste femminili. Perché le donne e il lavoro ICT sembrano non andare d’accordo? Quali sono i dati che ci confermano questa tendenza? E come invertire la rotta?

Si stima che, entro il 2020, nel Vecchio Continente rimarranno vacanti oltre 825 mila posizioni lavorative nel settore delle tecnologie digitali. Intelligenza Artificiale, Big Data e Web Marketing stanno rivoluzionando in positivo tantissimi aspetti sociali della nostra vita, ma stanno evidenziando anche alcuni grossi problemi. Uno di questi è l’occupazione femminile associata all’innovazione.

Cerchiamo di capire perché e se un’inversione di tendenza è possibile o, quanto meno, auspicabile.

 

Donne e lavoro ICT: i dati  

Partiamo dai dati. Cercando di descrivere la situazione europea di donne e lavoro ICT, si può notare come:

✔solo 9 sviluppatori su 100 sono donne;

✔solo il 19% dei manager nel settore digitale è di sesso femminile (rispetto al 45% in altri settori dei servizi);

✔solo il 19% degli imprenditori nel settore digitale è di sesso femminile (rispetto al 54% in altri settori dei servizi).

✔ meno del 30% della forza lavoro nel settore è di sesso femminile;

✔il numero di donne laureate in informatica è in calo (3% di donne rispetto al 10% di uomini).

Il problema è prima di tutto scolastico. Le donne che scelgono le discipline tecnologiche, ingegneristiche o matematiche, sono poche rispetto agli uomini.  E questo nonostante i benefici che un  loro ingresso nel mondo del lavoro rappresenterebbe per la società. Già nel 2013, una ricerca  della Commissione Europea evidenziava come:

✔se avessimo una percentuale di profili femminili nel comparto digitale pari a quelli maschili, il PIL europeo registrerebbe un incremento di circa 9 miliardi di euro l’anno;

✔le aziende con più donne ai posti di comando ottengano redditività e utili maggiori;

✔le addette del settore digitale guadagnino il 9% in più rispetto alle colleghe in altri comparti economici, potendo inoltre organizzare le loro giornate di lavoro in maniera più proficua grazie a pratiche come lo Smart Working.

Questi dati sono quanto mai reali, in quanto il deficit di figure femminili ICT è rimasto pressoché invariato in questi ultimi anni. In tal senso, la ricerca ‘Innovazione al femminile: tecnologia, cultura umanistica e creatività”  condotta da NetConsulting per CA Technologies solo un anno fa mostra come la scarsa presenza femminile nel settore ICT sia prima di tutto un problema culturale, legato a stereotipi di genere. All’interno di questo studio veniva portato alla luce come, preso in esame un ampio campione di studentesse, solo nel 12% dei casi veniva suggerito un percorso di studi tecnico-scientifico (contro il 31% dei maschi).  Di più: solo il 2% di questo campione riusciva a immaginarsi come dirigente di sistemi informativi di un’azienda.

Il gap di genere nel mondo dell’ICT, insomma, sembra ancora lontano dall’essere colmato, mentre le aziende italiane continuano a ricercare talenti digitali.

 

Donne e lavoro ICT: promuovere buoni esempi   

Uno dei passi fondamentali per avvicinare donne e lavoro ICT è quello di promuovere esempi positivi, che aiutino il genere a intraprendere fieramente carriere in questo settore. Sotto questo punto di vista, una buona iniziativa è stata la riscoperta e celebrazione della figura di Ada Lovelace, niente di meno che l’ideatrice del primo programma informatico della storia ( si, è stato scritto da una donna!).

Oltre a questo programma, Ada anticipò molti altri aspetti dell’informatica:

✔fu la prima ad intuire che oltre al semplice calcolo i computer avrebbero avuto infinite applicazioni espressive come, ad esempio, la musica;

✔fu proprio dal suo lavoro che Alan Turing prese l’ispirazione necessaria per costruire il primo moderno computer.

Oggi Ada Lovelace è considerata il simbolo di tutte le donne che dedicano la loro vita alla scienza e alla ricerca. Grazie a lei, tante altre storie di professioniste nel campo dell’ICT al femminile stanno finalmente trovando risalto nell’opinione pubblica: è impossibile non citare Diana Greene, vice-presidente di Google Cloud, o Susan Wojcicki, attuale CEO di Youtube.

 

Donne e ICT: smart working e recruiting innovativo

Oltre ai dati su PIL e stipendi, una cosa che spesso non viene evidenziata è la capacità del mondo digitale di fornire stili di vita e modelli lavorativi più conciliabili con esigenze quali la maternità o il tempo libero. Parliamo dell’ormai celebre Smart Working, che come definizione recita è  “una nuova filosofia manageriale, fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”. Questo approccio si può perfettamente innestare in una ridefinizione degli stili di vita femminili, concedendo più tempo libero e meno stress e quindi una più semplice gestione degli spazi familiari del vivere.

Gli stessi sistemi di recruiting si stanno innovando prendendo in considerazione questo approccio. Un esempio?

Reallyzation.com, un’innovativa piattaforma italiana legata alla ricerca di personale ICT che porta al centro il talento e non il luogo fisico dove viene fornita la prestazione. Le imprese che utilizzano questa piattaforma, avendo a che fare con l’innovazione e con i talenti digitali tutti i giorni, accettano di buon grado collaborazioni di professionisti da casa o da remoto. La stessa azienda opera al suo interno un approccio remote-working oriented, con 45 dipendenti attivi in 3 differenti paesi dell’UE.

L’Europa ha quindi  più che mai bisogno di “cyberellas“, donne dotate delle competenze digitali del futuro, essenziali per recitare un ruolo di assolute protagoniste nel settore ICT di domani.

9 aprile 2019

Il recruiting si fa ICT. Intervista a Daniele Bacchi, founder di Reallyzation

AltoAdige Innovazione

Il recruting ICT ha cambiato il settore della ricerca di personale. Ne parliamo con Daniele Bacchi, founder di Reallyzation.

Prima R-everse e poi Reallyzation: in pochi anni, avete scelto di “verticalizzarvi” nel settore del recruiting ICT. Com’è avvenuto questo processo? Frutto di un’analisi preventiva o di una geniale intuizione?

“Sia io che Alessandro (Raguseo, socio e co-fondatore, n.d.r.) veniamo da una più che decennale esperienza nel settore della ricerca e selezione del personale. L’idea è nata da una facile  constatazione: per ogni ingegnere informatico in cerca di un nuovo lavoro oggi ci sono dalle 50 alle 200 aziende pronte a garantirsi le sue prestazioni, variabili a seconda del luogo in cui vive e lavora. Da qui l’intuizione di costruire un processo di selezione al contrario, cioè un processo dove fosse il candidato a selezionare l’azienda per cui lavorare e non viceversa come siamo abituati. C’è un mismatch notevole tra l’alta domanda di informatici da parte delle aziende e la scarsa offerta di questi talenti sul mercato: diventa quindi fondamentale per un’impresa usare i canali e i modi giusti per ingaggiare questi preziosissimi e rari talenti”.

Entrambe le sue “creature” sembrano godere di ottima salute. Può dirci qualche numero che descriva al meglio il fenomeno?

“R-Everse è nata all’inizio del 2017 e risponde all’esigenza delle aziende di assumere personale specializzato e altamente qualificato in tutti i settori e funzioni aziendali.  Il brand Reallyzation è una verticalizzazione di R-Everse nel mondo dell’Information Technology. Qualche numero?

– Da 1 a 45 dipendenti in 24 mesi;

– Abbiamo chiuso il 2018 a più di 2 milioni di fatturato (+144%), che vuol dire essere nella top 10 del settore in soli 2 anni di vita;

– Abbiamo fisicamente tre sedi: Milano, Bologna e Berlino”.

Qual è la ricetta per costruire un’azienda stabile e in espansione in così poco tempo?

“Gli ingredienti della ricetta sono diversi e tutti meticolosamente studiati. Non sono sicuramente il primo a dire che l’idea da sola, per quanto brillante, abbia solo un valore teorico. Due ingredienti imprescindibili sono:

1) costruire una squadra di talenti e investire energie nella loro formazione / realizzazione lavorativa. Sono il talento e la passione con cui lavorano i nostri ragazzi e agenti (l’età media è 28 anni) che spingono la nostra crescita;

2) la digitalizzazione di tutti i processi. Essendo nati da poco tempo abbiamo un vantaggio fondamentale: nasciamo con mentalità digitale e utilizziamo tecnologie innovative. La nostra azienda è interamente pensata e realizzata “senza la carta”. Anche se sembra impossibile non abbiamo alcuna stampante in ufficio. Non ci serve”.

Come funziona Reallyzation, sia per l’azienda che per il candidato? E perché rivoluziona il modo di fare recruiting?    

“Rispondo con un esempio: Luca, ingegnere informatico di Milano che lavora principalmente in linguaggio C++, si rivolge a Reallyzation perché vuole cambiare progetto/azienda. L’attuale lavoro non lo soddisfa più, si sente di non imparare più cose nuove o semplicemente vuole fare un’esperienza internazionale e/o cambiare settore.  Luca allora si rivolge a Valentina, una delle Talent Advisor di Reallyzation. Luca le confida i suoi interessi, le sue aspettative relative al ruolo, al progetto, al tipo di azienda, alle tecnologie e al suo stipendio desiderato. Valentina predispone a questo punto un colloquio tecnico online con uno dei nostri Scout. Lo Scout è un professionista del settore dell’Information Technology, nel caso di Luca sarà un esperto del linguaggio C++,  che quindi è in grado di capire il livello tecnico raggiunto da Luca.

Dopo 24 / 72 ore (siamo amanti della velocità) da questo colloquio Valentina, tramite la nostra piattaforma software, manda a Luca delle notifiche sul suo smartphone con la descrizione dettagliata di tutte le aziende / opportunità che lo vorrebbero incontrare e che sono in linea con le sue aspettative. Solo un click separa a quel punto Luca dall’incontrare l’azienda dei suoi sogni. Assistiamo Luca sia nel fissare l’agenda dei colloqui, sia nella delicata fase di negoziazione economica. Ah, per ultimo ma non meno importante: Luca non paga nemmeno un € per questo servizio. Senza Reallyzation, Luca dovrebbe cercare e leggere centinaia di annunci, compilare una ventina di form online con i suoi dati, fare decine di colloqui a vuoto anche fuori Italia, e dovrebbe esporsi in prima persona, magari rischiando momenti imbarazzanti con il suo attuale datore di lavoro”.

Secondo lei, perché il settore ICT in Italia è stato a lungo così sottovalutato?

Daniele Bacchi

“Non parlerei di sottovalutazione del settore. Ad esempio, abbiamo ottime università che formano ingegneri del software eccellenti. Il più delle volte quando lavoriamo per aziende su Berlino, Zurigo o Vienna, notiamo che i candidati con formazione tecnica italiana sono tra i più contesi. Viceversa ci capita di essere ringraziati dagli ingegneri italiani per aver loro presentato aziende made in Italy che sono vere e proprie “perle tecnologiche” e per averli “salvati” da un piano migratorio che avevano intenzione di attuare. Come area di miglioramento del settore Information Technology e di opportunità del paese Italia credo che dobbiamo cambiare l’orientamento dei ragazzi – soprattutto delle ragazze – verso studi tecnologici/scientifici, cioè studi che portano verso occupazione certa e verso una carriera piena di soddisfazioni”. 

Per la sua esperienza, quali sono le competenze che oggi un’azienda richiede di più a un giovane programmatore o ingegnere?

“E’ un mercato talmente veloce che si rischia di citare trend o tecnologie che saranno considerate antiquate tra qualche mese. Il campo più in voga del momento è indubbiamente quello relativo all’Intelligenza Artificiale: l’Harvard Business Review ha definito il data scientist è il lavoro più sexy del XXI secolo e LinkedIn ha predisposto il machine learning engineer al primo posto delle professioni più in crescita. Mi permetto di dare un suggerimento super partes rispetto alle tecnologie: caro ingegnere che entri oggi nel mercato del lavoro, oltre a sviluppare le tue competenze tecniche – cioè come realizzare al meglio un prodotto che ti viene commissionato – interrogati anche sempre sui problemi che va a risolvere quel prodotto in quel settore. Così facendo porterai molto più valore alle aziende in cui lavori e avrai più velocità nello sviluppo della tua carriera.”

Ci racconti, se può e vuole, qualcosa di più su quello che faceva prima di immergersi in queste avventure. Qual è il background di esperienze professionali da cui proveniva?

“Mi sono laureato in ingegneria informatica e condivido, con Alessandro Raguseo, una passione smisurata per la tecnologia. O meglio per l’applicazione della tecnologia alla risoluzione di problemi o alla creazione di opportunità nel mondo business. Ho conosciuto Alessandro all’interno di una multinazionale del settore del recruitment: avevo 29 anni e mi affidò la responsabilità dei sistemi informativi di un gruppo che fatturava più di 600 milioni di euro in 2 continenti. A inizio 2017, raggiunti i 40 anni, ho lasciato il mio posto da dipendente e manager per diventare imprenditore. Ritengo molto importante lavorare fianco a fianco con Alessandro, che ha un background ed esperienze diverse dalle mie. Riusciamo così ad analizzare i problemi da angolazioni diverse e a prendere decisioni strategiche migliori”.

Perché avete scelto Berlino per aprire la prima sede all’estero?  

Alessandro Raguseo

“Come sempre io e Alessandro ci muoviamo su scelte razionali. Dopo diversi mesi di prove del modello in Italia, abbiamo sentito di aver raggiunto una qualità tale da poter esportare il metodo al di fuori dei nostri confini. Il mercato del lavoro più grande in Europa è quello che parla tedesco, la cosiddetta area D-A-CH. Abbiamo fatto quindi dei “carotaggi” nel 2018 sviluppando clientela a Zurigo, Vienna, Berlino e Monaco. Confrontando diversi fattori Berlino ha avuto la meglio sulle altre per apertura del nostro Headquarter D-A-CH”.

Come vede Reallyzation tra 5 anni?

“Tra 5 anni vogliamo che Reallyzation diventati uno dei principali punti di riferimento europei per tutti gli ingegneri del software in cerca di nuova occupazione. Reallyzation ha l’obiettivo di “mappare” tutte le opportunità di lavoro e le relative aziende che offrono queste opportunità, nelle maggiori città europee. Attraverso questa dettagliata mappatura possiamo offrire ai nostri talenti dell’Information Technology un’esperienza di ricerca lavoro senza precedenti. Già oggi abbiamo 500 aziende clienti tra Italia, Germania, Austria e Svizzera che offrono opportunità allettanti per i migliori talenti di Reallyzation”.

Qual è secondo lei il più grande problema che c’è in Italia quando si parla di innovazione?

“In primis io sono orgoglioso dell’innovazione made in Italy che esportiamo in tutto il mondo in diversi settori. Esistono diverse località italiane dove prosperano imprese che fanno dell’innovazione il loro cavallo di battaglia e sono all’avanguardia mondiale.
Detto questo, credo che un vantaggio competitivo come paese Italia possa derivare da avere più persone nei ruoli che contano (imprese e pubblico) che capiscano ed abbiano avuto esperienza d’innovazione. Mi spiego meglio: ritengo che diventare un manager innovativo sia un vero e proprio percorso. Essere innovativo è più una hard skills che una soft skills. Si studia per diventare manager innovativi, si fa esperienza di costruzione di processi innovativi. Certo l’attitudine aiuta, ma perseguire l’innovazione è una vera e propria competenza tecnica corredata da tanta esperienza e da tanti fallimenti. Se i capi non hanno questa caratteristica a cv, è molto complicato che le aziende che sono state loro affidate riescano ad essere guidate nel percorso innovativo, un percorso, per sua stessa conformazione, in salita”.

28 marzo 2019

Restare o scappare? Il mercato del lavoro a caccia di talenti Ict

VenetoEconomia

In quale paese vorresti vivere il resto della tua vita dopo aver conseguito una laurea? Se questa domanda fosse rivolta a un ingegnere informatico, probabilmente la risposta sarebbe Svizzera o Stati Uniti d’America. Fino a qui nessuna novità: gli Usa rappresentano da sempre il mercato d’eccellenza per tutto quello che concerne l’innovazione tecnologica. Lo stipendio medio annuale di un developer, system administrator o programmer dall’altra parte dell’Oceano Atlantico è stimato tra i 105 e 110 mila dollari. E anche i cugini svizzeri sotto questo punto di vista rappresentano ormai da tempo una realtà all’avanguardia: in media un ingegnere informatico percepisce oltralpe 83.000 dollari all’anno, dato che colloca il paese al secondo posto su scala mondiale.

Ma se questa speciale classifica non sorprende più di tanto, forse la cosa che desta più attenzione è che tipo di competenze vengono ricercate di più e di conseguenza quali skills garantiscono le migliori retribuzioni. E qui le cose cambiano, probabilmente per la conformazione di aziende che abitano il vecchio continente rispetto agli State. Come rivelano le ricerche elaborate da Daxx, negli Stati Uniti le skills che fanno la differenza sono legate principalmente al mondo mobile: sviluppatori di software per Android o Ios superano facilmente la media di retribuzione nazionale, arrivando a percepire salari vicino ai 120 mila dollari. Come linguaggio di programmazione puro è invece Python a spuntarla a su C++ e Java Script. Differente è invece il discorso per la Svizzera, dove a guidare la speciale classifica salari/competenze è ancora l’ingegnere capace di programmare in Java e C#.

Detto della predominanza di Stati Uniti e Svizzera, quali sono i paesi su scala mondiale che incalzano e investono di più nel mercato delle risorse Ict? Una coppia tutta europea, composta da Norvegia (72 mila dollari di Ral medio annuale) e Danimarca (70 mila dollari). Subito dietro si collocano Israele e Australia. A livello di skills che fanno la differenza, emerge come dato l’assoluta predominanza di Python come software di programmazione, fatta eccezione per Danimarca e Israele dove il C++, C# conservano i primi posti d’utilizzo. In tutte queste classifiche, come gli occhi più attenti avranno notato, l’Italia non compare.

 

Ict e salari: la situazione italiana

Nonostante il confronto con tante realtà europee faccia impallidire, il settore Ict si sta trasformando e continua a crescere anche nel nostro paese. Big data analyst e Mobile developer risultano essere le posizioni più richieste e pagate mentre al contrario, i profili professionali a scarso valore aggiunto risultano più difficilmente collocabili. Fra quest’ultimi si collocano gli Help desk specialist, i developer specializzati in tecnologie ormai superate –
come ad esempio Cobol, As400 e Mainframe – e i webmaster. La Hays salary guide, ricerca condotta dall’azienda medesima sui trend del mercato del lavoro italiano, ha fornito un confronto tra stipendi medi per professione, esperienza e città, evidenziando il gap che ancora caratterizza il nostro paese per quanto riguarda gli anni di pratica maturati nei vari ruoli. Le città che garantiscono gli stipendi migliori rimangono Milano e Roma, seguite da Torino e Milano.

 

Retribuzioni Ict: e il Veneto?

Come emerge dai dati dell’Osservatorio Digitale 2018, il Nord Est rimane il secondo polmone digitale del paese, sia in termini di skill-rate (incalzati però dal centro Italia) sia di offerte di lavoro per il settore. I problemi però permangono, soprattutto nella spinta a innovare da parte di tante imprese, dato che di conseguenza si riflette anche nelle retribuzioni elargite ai professionisti del settore. Un altro dato positivo è quello riguardante la crescita delle immatricolazioni in Area Ict, al +6% nel 2018 e con stime che si attestano sul +10% per i prossimi due anni.

Ict e salari: trend del futuro

Poiché il fabbisogno di competenze tecniche continua a crescere e l’offerta di talenti informatici rimane inferiore alla domanda, i lavoratori Ict continueranno a negoziare salari più elevati in tutto il mondo. Per le aziende, italiane o europee, sarà più complicato trovare il giusto professionista e, dopo qualche anno, trattenerlo. Le soluzioni più immediate rimangono quelle di investire massivamente sulla formazione e trovare nuovi strumenti di recruiting per intercettare i giusti profili. Tra le aziende italiane rimane infatti il problema di intercettare gli ingegneri e i programmatori sui giusti canali di selezione. Ma anche in questo campo, finalmente, qualcosa si muove. Nuovi servizi digitali, come ad esempio quello fornito da Reallyzation, stanno trasformando il mondo del recruiting, semplificando il processo di selezione e mettendo al centro il talento dei candidati. Sperando che il gap salariale tra noi e gli altri paesi europei venga, prima o poi, colmato. Il rischio più grande è quello di rimanere senza ingegneri e sviluppatori. E di conseguenza, guardare l’innovazione da spettatori invece che da protagonisti.

19 marzo 2019

La startup di recruiting per i talenti ICT

Corriere.it

Developer a caccia di un impiego che lamentano la scarsa competenze tecnica dei propri selezionatori e startup ed aziende che faticano a trovare programmatori con le hard skills richieste. Il digital mismatch è sempre dietro l’angolo e la competizione è sempre più ardua per le aziende alla ricerca di talenti ICT. Un dilemma che rende necessario l’utilizzo di nuovi strumenti di recruiting. Reallyzation, nasce proprio per risolvere questo problema, invertendo la logica di ricerca, portando al centro il talento, ed evitando copiose perdite di tempo in colloqui inutili sia per le aziende che per i professionisti.

Cloud computing, Big Data, Cyber Security, Mobile App Economy, Internet of Things ed Intelligenza Artificiale sono i sei trend tecnologici più richiesti dalle aziende in Europa in cerca di professionisti digitali.

Secondo i dati dell’Osservatorio Competenze Digitali 2017 condotto dalle maggiori associazioni dell’ICT e promosso dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca insieme all’Agenzia per l’Italia Digitale, la ricerca di sviluppatori, Data Analyst e consulenti ICT aumenta in media ogni anno del 26%.

«Nelle aziende italiane – afferma Daniele Bacchi, co-founder di Reallyzation – e in quelle di molti altri stati europei – oggi c’è poca cultura legata all’IT. Le stesse fanno molta fatica ad intercettare e ingaggiare i talenti del settore: non sanno dove trovarli (gli ingegneri e i programmatori informatici non usano i canali tradizionali di recruiting), non parlano il loro linguaggio e di conseguenza non riescono a selezionarli correttamente, non riescono a risultare accattivanti come datori di lavoro. La conseguenza di questo processo errato – prosegue –  è assumere spesso profili poco specializzati o perdere tempo in estenuanti colloqui o ricerche, con esiti spesso scoraggianti. Ecco perché nasce Reallyzation: invertire la logica di ricerca e selezione di personale IT, mettendo al centro il talento”».

In pochi clic infatti, Reallyzation dà accesso gratuitamente alle migliori risorse ICT presenti sul mercato.

Per le aziende, Reallyzation è un marketplace in cui le imprese sfogliano i profili dei candidati IT in ricerca attiva (quindi senza perdere tempo a contattare persone che non sono in ricerca di nuovo lavoro) senza vederne nome e cognome inizialmente, filtrandoli per competenze tecniche e geolocalizzazione. Per ogni profilo le aziende possono leggere il report tecnico redatto da uno scout, un manager senior del settore di riferimento (con esperienza almeno decennale) che ha svolto il colloquio tecnico al candidato.

Per i candidati invece, solo i migliori talenti entrano nella piattaforma, perché grazie allo scout che svolge il colloquio e al lavoro dello staff viene svolta una prima scrematura iniziale; i profili che scelgono Reallyzation hanno così la certezza di essere in un marketplace di nicchia e di esserci solo nel momento in cui stanno cercando lavoro. Sanno di venire contattati solo per posizioni veramente in linea con le loro skills e in un clic possono dire se sono interessati all’azienda che li ha contattati o meno, valutando in base alla presentazione d’impresa che Reallyzation fornisce, mettendo in luce le informazioni che interessano ad un talento dall’IT (es.. stack tecnologico utilizzato in azienda).

Tutto il processo è gratuito, sia per i candidati che per le aziende. Reallyzation prevede infatti il pagamento per queste ultime solo quando la ricerca avrà prodotto esiti positivi e il candidato sarà stato assunto”.

«In questo modo – prosegue Bacchi – le aziende sanno di trovare solo candidati già selezionati da un manager tecnico della stessa area del candidato, evitando così il rischio di intercettare candidati con competenze tecniche non in linea, e i candidati sanno di venire prima intervistati da un manager tecnico che può comprendere le loro competenze, e poi venire contattati solo dalle aziende giuste, quelle che hanno veramente bisogno delle loro skills.»

Ma cosa rende innovativo e rivoluzionario questo sistema di recruiting rispetto a quelli esistenti sul mercato? «Noi cerchiamo di invertire la logica di ricerca – afferma Bacchi –  portando al centro il talento, evitando così copiose perdite di tempo e colloqui inutili sia alle aziende che ai professionisti grazie a un meccanismo di selezione a doppio fattore, che ricorda da vicino Tinder ». Proprio come il più conosciuto sito d’incontri infatti, l’azienda mostra interesse per il candidato attraverso ​un mi piace, che deve essere poi confermato anche da quest’ultimo prima di poter inoltrare qualsiasi presentazione o svolgere un incontro.

Reallyzation offre quindi una straordinaria occasione non solo per le aziende che cercano collaboratori, ma anche per chi lavora nell’Information Technology: per mettersi in mostra, trovare posizioni in linea con i propri interessi, non perdere tempo con colloqui inutili e migliorare la propria posizione lavorativa e il proprio stipendio.

Ma quali gli obiettivi futuri? «Amiamo definire Reallyzation una startup del recruiting ICT, ma i risultati sono già più che soddisfacenti – ammette Daniele – Possiamo contare allo stato attuale su uno staff di 35 dipendenti, tutti molto
giovani. Puntiamo nel 2019 ad arrivare ad oltre 50 collaboratori. Nel mese di Aprile, ad esempio, assumeremo il primo collaboratore in lingua tedesca. Ed è proprio questo il nostro obiettivo nel breve-medio futuro: proseguire il nostro percorso di crescita, ampliando il nostro servizio al network europeo. Abbiamo aperto una sede a Berlino, che si va ad aggiungere a quelle già presenti a Bologna e Milano. Stiamo valutando – conclude – se aprirne un’altra anche a Vienna. La richiesta di talenti IT d’altronde non è un problema solo nazionale, come ci confermano i dati di tutte le più autorevoli ricerche di settore».

11 marzo 2019

L’oro dei prossimi 10 anni? Gli ingegneri ICT!

News srl

Trovare ingegneri ICT nei prossimi 10 anni sarà una vera impresa. La domanda nel settore continua a registrare trend di crescita superiori all’offerta. Mancano profili specializzati e, là dove esistenti, gli strumenti per attrarli. Vi siete mai domandati quali sono i profili lavorativi più ricercati nel vecchio continente? E la categoria che ha visto il proprio salario aumentare in maniera netta negli ultimi 10 anni?

Come avrete già intuito, è il lavoro ICT a condurre le classifiche di richiesta e salario medio. Ingegneri informatici, sistemisti, programmatori, data scientist: la domanda di profili specializzati continua ad aumentare in tutta Europa. L’unico settore a non aver mai subito segni di flessione, nonostante la crisi. Ma siamo davvero pronti ad affrontare la trasformazione digitale? La risposta è negativa, almeno secondo le ultime ricerche: la formazione e la creazione di figure in grado di gestire le sfide “tecniche” che ci attendono non sono più un problema ignorabile.

Ma quali sono i numeri del fenomeno e come possiamo affrontarlo strategicamente? E soprattutto, perché consigliare ai nostri figli, parenti o amici di intraprendere studi informatici, meglio se di alto livello? Ora capiremo la risposta a queste domande.

Lavoro ICT: cosa ci dicono l’Osservatorio Digitale 2018 e il Digital Europe Programme

Se nel 2017 gli annunci per offerte di lavoro ICT pubblicate in Italia erano state 64 mila, le stime per il triennio 2018-2020 parlano di 88 mila nuovi annunci. A confermarlo è l’Osservatorio Digitale 2018 (scarica qui il report in formato PDF), report presentato a dicembre dalle maggiori associazioni in Italia del settore. Gli sviluppatori web guidano questa speciale classifica, con una crescita del 19% sull’anno precedente e una quota di annunci sul web del 49%. Ma non sono i soli: a fargli compagnia ci sono Service Development Manager, Big Data Specialist e Cyber Security Officer.

L’Osservatorio analizzando laureati e diplomati nelle professioni informatiche mette luce su un aspetto: l’ampia scarsità di competenze. Un esempio? Il numero di laureati, che a fronte di un fabbisogno che oscilla fra i 12.800 e i 20.500 nuovi profili, fatica a raggiungere gli 8-9 mila l’anno. Questa difficoltà non riguarda però solo l’Italia, ma tutto il vecchio continente. Lo sa bene l’Unione Europea, che proprio a dicembre 2018 ha approvato un piano d’investimenti di 9,2 miliardi di euro dedicati alla Digital Transformation, indicando tra i campi d’intervento più strategici la formazione di skill digitali avanzate.

Il più famoso progetto attivo nell’ambito di questo intervento è il Digital Skills Jobs Coalition, il quale mostra dati molto preoccupanti: si stima che entro il 2020 le possibili offerte di lavoro che rimarranno vacanti negli stati dell’Unione saranno oltre le 800 mila.

Strategie per il lavoro ICT: diplomati e nuovi sistemi di recruiting

Identificati i dati, dobbiamo capire come evitare che programmatori e developer siano presto il nuovo oro (tanto rari, quanto di valore) del Vecchio Continente. Proviamo a fornire alcune risposte.

Corsi di studio ICT: dalla teoria alla pratica

Da sempre spina nel fianco dell’istruzione italiana, ancora di più quando si parla di ICT le aziende lamentano l’impreparazione al mondo del lavoro da parte di molti candidati. Come risolvere questo problema? Ponendo come base una revisione in chiave pratica e strategica dei corsi. In questo senso, lo sviluppo e il proliferare di nuove scuole private legate ai temi del digitale è da giudicare in maniera molto positiva.

Nuovi sistemi di recruiting per il lavoro ICT

Oggi non c’è imprenditore o direttore del personale che non riscontri problemi e frustrazioni nel riuscire ad assumere e/o a trattenere i talenti dell’Information Technology. Servono quindi nuovi strumenti di recruiting che pongano al centro il talento, evitando copiose perdite di tempo in colloqui inutili sia per le aziende che per i professionisti. Un esempio positivo in tal senso è Reallyzation, un’innovativa piattaforma italiana dove le aziende possono sfogliare i candidati ICT in ricerca attiva di un nuovo lavoro, filtrandoli per zona geografica e competenze tecniche e avendo sempre a disposizione per ogni profilo un report tecnico redatto da un manager specialista della stessa area funzionale. Altri esempi positivi da considerare possono essere myopportuny.com e meetup.com. Non vi rimane che testarli!

6 marzo 2019

ICT: il lavoro c'è, i candidati no

Lega Nerd

Ingegneri informatici, sistemisti, programmatori, data scientist: le richieste di lavoro nel settore ICT continuano a registrare trend di crescita, nonostante la crisi. Il problema è che mancano i profili specializzati e, là dove esistenti, gli strumenti per trovarli e attrarli.

La trasformazione digitale procede a gonfie vele, ma ne l’Italia ne l’Europa sembrano avere i timonieri pronti per condurla. Questo è il grosso paradosso che emerge dalle ultime ricerche e report di settore a termine dell’anno 2018: il lavoro ICT continua a registrare il segno positivo, ma la formazione e la creazione di figurein grado di gestire le sfide “tecniche” che ci attendono non sono più un problema ignorabile.

Ma quali sono i numeri del fenomeno e come possiamo affrontarlo strategicamente?

E soprattutto perché consigliare ai nostri figli, parenti o amici di intraprendere studi informatici, meglio se di alto livello?

Cerchiamo di capire le risposte a queste domande.

L’Osservatorio Digitale 2018 e il Digital Europe Programme

Dando un’occhiata ai servizi legati ai social network e alle nuove tecnologie di comunicazione, oltre che agli ingenti investimenti in automazione, intelligenza artificiale e utilizzo strategico dei dati, non è difficile capire che le ICT guidano ormai il nostro mondo del lavoro.

La conferma arriva anche dall’Osservatorio Digitale 2018, report presentato a dicembre dalle maggiori associazioni in Italia del settore, tra le quali AICA, Anitec-Assinform, Assintel e Assinter Italia.

Un esempio che ci può aiutare a descrivere il fenomeno è il numero di ricerche effettuate sul web per le professioni ICT: se nel 2017 gli annunci pubblicati in rete sono stati 64 milale stime per il triennio 2018-2020 parlano di 88 mila nuovi annunci di lavoro per ricerca di specializzati in ICT. Gli sviluppatori web guidano questa speciale classifica, con una crescita del 19% sull’anno precedente e una quota di annunci sul web del 49%.

Ma non solo i soli: cresce progressivamente anche la richiesta per Service Development Manager, Big Data Specialist e Cyber Security Officer.

E fino a qui, tutte notizie positive. Il problema è quello che l’Osservatorio mostra analizzando laureati e diplomati nelle professioni informatiche: la scarsità di competenze si sta allargando. Un esempio in tal senso è il numero di laureati, che a fronte di un fabbisogno che oscilla fra i 12.800 e i 20.500 nuovi profili, fatica a raggiungere gli 8-9 mila l’anno. 

 

Lavoro ICT: un problema europeo

Il problema però è sistemico. E non riguarda solo l’Italia, ma tutto il vecchio continente.

Ecco perché l’Unione Europea sul finire dell’anno appena concluso ha approvato un piano d’investimenti di 9,2 miliardi di € dedicati alla Digital Transformation, primo programma interamente dedicato alla digitalizzazione della società e delle PMI. I campi di azione fissati possono essere così riassunti:

  • Calcolo ad elevate prestazioni informatiche, con uno stanziamento di € 2.7 miliardi;
  • Intelligenza artificiale, € 2.5 miliardi;
  • Cybersecurity, € 2 miliardi;
  • Skill Digitali Avanzate, € 700 milioni.

Il più famoso progetto già attivo in questo senso è il Digital Skills Jobs Coalition, dalle cui ricerche arrivano i dati più preoccupanti: si stima che entro il 2020 le possibili offerte di lavoro che rimarranno vacanti nel Vecchio Continente saranno 825.000.

 

Strategie per il lavoro ICT: diplomati e nuovi sistemi di recruiting

Pur crescendo il numero di laureati italiani in ICT, l’Osservatorio registra inoltre un calo degli specialisti informatici, con una contrazione nel numero di studenti che prosegue dopo la triennale, anche se per fortuna le immatricolazioni continuano a crescere.

In termini di genere resta molto bassa la quota femminile: circa il 19 per cento contro il 53 per cento nella media di tutti i corsi.

Come risolvere questo problema in maniera strategica? Proviamo a fornire alcune risposte.

 

Aggiornamento dei corsi di studio ICT

Sia a livello universitario che di liceo, tutti gli studenti fanno emergere un problema: i corsi di studio italiani sono troppo teorici, spesso basati su tecnologie e programmi ormai superati, che non preparano in nessun modo al mondo del lavoro.

i corsi di studio italiani sono troppo teorici e spesso basati su tecnologie e programmi ormai superati,

Una loro revisione in chiave pratica e moderna è strettamente necessaria.

 

Nuovi siti e sistemi di recruiting per il lavoro ICT

La competizione sempre più ardua per le aziende nella ricerca di figure ICT rende necessario l’utilizzo di nuovi strumenti di recruiting, efficaci nell’intercettare figure tecniche specializzate di alto livello, aperte al cambio professionale. Non c’è infatti oggi HR Manager, imprenditore, direttore del personale, talent acquisition manager che non riscontri problemi e frustrazioni nel riuscire ad assumere e/o a trattenere i talenti dell’Information Technology.

La competizione sempre più ardua per le aziende nella ricerca di figure ICT rende necessario l’utilizzo di nuovi strumenti di recruiting.

Per fortuna, qualcosa di innovativo qui sta emergendo. Qualche esempio?

Reallyzation.com, un’innovativa piattaforma italiana dove le aziende possono sfogliare i candidati ICT inseriti in ricerca attiva di un nuovo lavoro, filtrandoli per zona geografica e competenze tecniche e avendo sempre a disposizione per ogni candidato un report tecnico redatto da un manager specialista della stessa area funzionale. Cosa rende speciale questo sistema di recruiting rispetto a quelli esistenti sul mercato? Invertire la logica di ricerca, portando al centro il talento, evitando così copiose perdite di tempo e colloqui inutili sia alle aziende che ai professionisti.

La specificità sul lavoro, comunque, è un concetto sempre più estremizzato, che cerca nuove strade. Da qui il fiorire di una serie di altri strumenti con una forte propensione “Social”, tra cui myopportunity.com, che sfrutta un sofisticato algoritmo per creare un “match” – in maniera analoga al precedente esempio – tra le peculiarità del candidato e quelle delle aziende che solitamente cercano quel tipo di lavoratori (oltre alle funzioni più standard dei job alert). Un aspetto che emerge forte in myopportunity – il networking – si ritrova anche in portali non prettamente dedicati al lavoro, ma che di lavoro e vita reale parlano.

Il riferimento è a meetup.com, una specie di Social Network per trovare persone con passioni simili alle tue nella tua area di geografica. Questo sito permette uno step ulteriore: fai ciò che ami vicino a dove vivi. La “deriva” professionale di meetup è molto battuta e testimonia come stia cambiando sempre più anche il rapporto con il lavoro (non cerco per forza un lavoro “sicuro” e redditizio, ma qualcosa che mi piace. I tempi del “posto fisso in Banca” sono finiti).

Infine, per chi vuole un lavoro più sfidante nel mondo ICT ma non cerca un rapporto classico datore di lavoro – dipendente, ma più una sfida che possa vederlo protagonista, quasi co-fondatore… ecco il sito giusto: AngelList. Si tratta di un sito che mette in contatto start-up e potenziali candidati che cercano una realtà innovativa, ma è un buon riferimento anche se si vuole investire in qualche startup. Questa piattaforma si presta naturalmente bene a chi si occupa di informatica, vista la natura e il fabbisogno di figure ICT per le nuove aziende che operano nel digitale e che rappresentano una larga fetta del mondo start-up.

Buone notizie, dunque, per chi lavora nel settore; ma il messaggio dovrebbe arrivare forte anche per chi cerca lavoro o si ritrova ora di fronte a scelte formative: il settore è assetato di talenti, oggi (e domani) più che mai.

28 febbraio 2019

I migliori siti per cercare lavoro nell’Information Technology in Italia

Fundroid

Cercare lavoro non è semplice, soprattutto in un contesto di crisi come quella che stiamo vivendo. Fortunatamente, la tecnologia dà una mano: ad oggi infatti esistono davvero numerosissimi siti web dove cercare l avoro, che permettono di effettuare una rapida e precisa ricerca fra le offerte di lavoro più recenti e di personalizzare la ricerca per trovare le offerte che meglio si addicono al proprio profilo. In questo modo è possibile perdere meno tempo e tenere d’occhio offerte sempre aggiornate, o anche pubblicare il proprio cv e via dicendo.

Il discorso è diverso quando parliamo di Information Technology, un settore in costante espansione, dove la domanda di esperti ICT è sempre più forte. Anche in questo specifico caso, comunque, è necessario armarsi di pazienza e di buona volontà e cercare di fare del proprio meglio per proporre una candidatura efficace: i siti di offerte di lavoro possono aiutare ad investire meglio il tempo, evitando di sprecarlo, giacché permettono di selezionare bene tutte le offerte e quelle che meglio corrispondono al profilo del ricercatore. Le agenzie interinali sono utili per cercare lavoro in ambiti specifici, ma grazie al web oggi tutti possono muoversi in totale autonomia per la ricerca dell’impiego, con piattaforme sempre più evolute e complesse che permettono di fare ricerche specifiche. Ma quali sono i migliori siti per cercare lavoro in Italia? Ecco qualche consiglio.

Siti per cercare lavoro: i migliori

  1. LinkedIn. Sicuramente LinkedIn è uno dei portali migliori per cercare lavoro, soprattutto lato ICT: innanzitutto raccoglie dei cv virtuali abbastanza dettagliati che riportano formazione, competenze, hobby ed esperienze lavorative di tutti gli iscritti. Inoltre LinkedIn permette di mettere in contatto con un click chi cerca lavoro con le aziende e viceversa, spesso sono le stesse aziende a notare e contattare i candidati migliori. Di conseguenza LinkedIn si dimostra uno dei migliori siti per cercare lavoro, una sorta di community sociale virtuale dove è possibile tenersi in contatto con altre persone e aggiornare sempre le proprie competenze, e ovviamente cercare il proprio posto di lavoro ideale.
  2. I siti delle agenzie internali: ovviamente, tutte le agenzie internali hanno una presenza web dove si cerca di far incontrare il più efficacemente possibile la domanda e l’offerta di lavoro. Ci sono agenzie più “tradizionali”, che sfruttano poco le possibilità offerte dai nuovi media; ed agenzie un po’ più innovative, che mettono a disposizione di candidati e di datori di lavoro delle piattaforme dinamiche e versatili. Le agenzie interinali sono sicuramente un riferimento da tenere sempre a mente, però non sono specializzate nel mercato del lavoro dell’Information Technology.
  3. Una menzione particolare va invece a Reallyzation.com, sito italiano di ricerca lavoro in ambito ICT tra i migliori nel suo genere, che consente di trovare il lavoro specificamente a chi cerca un’occupazione nel settore. Si tratta di una specie di “Tinder del mercato del lavoro IT”, dove i candidati vengono inseriti nella piattaforma dopo un colloquio tecnico. Le aziende, contestualmente, possono individuare i profili di candidati giusti gratuitamente e capire se c’è un “match”, che può condurre poi a un colloquio. Se l’azienda infatti “mette un like a un candidato”, il candidato vedrà il profilo dell’azienda e potrà essere contattato dell’azienda per entrare nel merito dell’offerta di lavoro.

“Vecchie” modalità di ricerca lavoro e nuove coesistono; però al tempo stesso si affacciano in internet una serie di possibilità spesso gratuite e convenienti per tutte le parti in gioco, grazie all’ iper-specializzazione offerta dal web. Oggi tocca al settore ICT, domani chissà: sta a candidati e aziende intercettare i nuovi trend e comprenderli, rivoluzionando il mondo delle HR.

21 febbraio 2019

Cercare lavoro online. Ecco come si può fare.

Telco News

Se cercare lavoro in Italia sembra ormai difficile, in realtà ci sono diversi strumenti che si possono utilizzare per facilitare la ricerca, sia che si tratti di prima occupazione, sia che si voglia invece cambiare lavoro.

Parliamo degli strumenti per cercare lavoro online, che oggi sono estremamente diffusi e che consentono vantaggi enormi: un risparmio di tempo non indifferente, la possibilità di visionare in tempo reale tutte le offerte a livello nazionale e non, la possibilità di candidarsi in pochi secondi anche dallo smartphone o dal tablet usando le apposite app. In questo modo, candidarsi per un’offerta di lavoro diventa semplice, ed è spesso possibile anche gestire un proprio account personale con tanto di cv aggiornato da tenere online, per tutte le evenienze.

Oggi cercare lavoro online non è più così difficile grazie alla presenza di tantissime piattaforme che consentono di controllare e sfogliare gli annunci di lavoro, di tenere d’occhio gli ultimi annunci e di sottomettere la propria candidatura a quello che si preferisce. Gli annunci possono essere selezionati per mezzo di un complesso più o meno intenso di filtri come luogo, data di pubblicazione, stipendio, ed altre caratteristiche rilevanti – anche molto dettagliate – dell’offerta di lavoro. In questo modo la personalizzazione nella ricerca del lavoro è davvero massima e si risparmia tempo. Ma quali sono gli strumenti ideali oggi per cercare lavoro online? Eccone qualcuno.

I migliori strumenti per cercare lavoro online

I siti che permettono di cercare lavoro online sono davvero numerosi, ma alcuni sono particolarmente noti perché vengono utilizzati tutti i giorni da migliaia di persone e perché hanno annunci sempre aggiornati. I siti spesso hanno anche una loro app dedicata per cui si può cercare lavoro online anche dal cellulare o dal tablet. Detto questo i migliori siti per fare una ricerca di lavoro sono:

  • Siti web delle agenzie interinali. È la via “facile” e meno specifica, dove poter comprendere l’andamento delle offerte di lavoro, su quali settori insistono, in quali zone geografiche sono maggiormente presenti. Si può trovare l’offerta giusta, a patto di saper “surfare” in un mare magnum di offerte solitamente non specializzate e di massa.
  • Bakeka.it. Questo sito che si occupa di un po’ di tutto non è specializzato solo nella ricerca di lavoro online ma permette di pubblicare annunci di chi cerca e di chi offre opportunità lavorative.
  • LinkedIn. Non solamente un sito per cercare lavoro online, in realtà, ma piuttosto una grande comunità online dove è possibile inserire il proprio cv e personalizzarlo come una pagina social. Molto interessante e molto intuitivo, consente di essere contattati dalle aziende.
  • Se state cercando un impiego in ambiti più specifici, è meglio rivolgersi a dei siti per cercare lavoro online che si occupino di offerte professionali ad hoc per certi settori. Per chi cerca, ad esempio, un impiego nell’Information Technology segnaliamo il nuovo progetto Reallyzation, un sito di ricerca lavoro in ambito ICTGarantisce ai candidati di moltiplicare le possibilità di lavoro in un settore con forte richiesta, risparmiando tempo (no colloqui inutili o fuori tema) e garantendo riservatezza al candidato. E le aziende? Ci sono in gran quantità, dato che possono sfogliare gratuitamente i candidati (comunque anonimizzati) per trovare il talento che fa per loro.
12 febbraio 2019